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Tommaso Di Maria, Marchese di Monterosato: la vita

Conoscevo poco la storia della mia famiglia ma, una volta entrata in possesso di vecchie carte, foto, libri, lettere, ecc…, eredità di uno zio, ho intrapreso un vero e proprio viaggio a ritroso, alla scoperta di fatti e persone; senza guida, purtroppo, dal momento che non rimaneva più nessuno dei miei "vecchi". In questo viaggio virtuale tra documenti, e soprattutto corrispondenza, i miei avi e i loro contemporanei sembravano riprendere vita e sentimenti in una dimensione a me vicina e familiare. Un tempo la corrispondenza era un'attività piacevole e anche impegnativa. La posta era sempre attesa con impazienza; salute, tempo e ricorrenze erano gli argomenti di apertura delle lettere cui seguivano i resoconti della vita cittadina con abbondanza di quelli che oggi chiameremmo gossip.

Nella mia famiglia, e forse non solo nella mia, le lettere venivano accuratamente conservate: numerate e archiviate: il mio prozio Casimiro teneva addirittura dei libroni ad hoc chiamati copialettere. Grazie anche a quella corrispondenza ho potuto conoscere meglio nonni e bisnonni. Non è stato così purtroppo con il parente che più mi incuriosiva e affascinava: il Marchese di Monterosato, il famoso malacologo, dal momento che gran parte del suo archivio era stato disperso.

Il marchese di Monterosato - Genealogia

Il titolo di Marchese di Monterosato fu dato da Carlo II ad Antonino Stella e Toledo, barone di Santa Maria dell'Annunziata nel 1679. Antonino Stella fu Capitano di Giustizia in Catania, nel 1668-69; sposò in prime nozze Eleonora Paternò, in seconde nozze Giovanna Gioeni, e in terze nozze Casimira Boccadifuoco. È interessante notare che la stirpe dei Gioeni originò in seguito scienziati che diedero il proprio nome alla prima e unica Accademia di Sicilia dedicata esclusivamente alla Storia Naturale, precisamente l'Accademia Gioenia di Scienze Naturali in Catania, ancora attiva dopo due secoli di vita, e che ha ospitato nei suoi Atti le opere di tanti insigni malacologi siciliani, quali Andrea Aradas, Salvatore Biondi, Carlo Gemmellaro, Ottavio Priolo e altri.

Nel 1726 Domenico Natale ed Oliveri s'investì del titolo di Marchese di Monterosato per acquisto fatto dalla Regia Corte per non avere gli Stella curato di prendere l'investitura. Domenico era figlio di Tommaso Natale, "persona ricchissima, culta e padre dei poveri" e di Rosa Oliveri, come scrive Francesco San Martino De Spuches nella sua "Storia dei Feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origine ai nostri giorni"(1925). Domenico era nato a Palermo nel 1696; sposò in prime nozze Agata Diana figlia del duca di Cefalà e in seconde nozze Beatrice Rau, o Rao. Da questo secondo matrimonio nel 1745 nacque Tommaso Natale Rau, che nel 1752, un anno dopo la morte della madre Beatrice, ereditò l'investitura del feudo "La Foresta di Taormina", mentre nel 1788, dopo la morte del padre, s'investì del titolo di Marchese di Monterosato.

Tommaso Natale fu governatore del Monte di Pietà di Palermo nel 1784 e 85. Deputato del Regno nel 1790 e 1807. Maestro di Porto e Maestro Razionale del R.Patrimonio nel 1787. Giureconsulto e storico rinomatissimo, fu considerato il Beccaria siciliano per l'opera politico sociale intitolata "Sui delitti e sulle pene". Nel 1781 Tommaso Natale sposò Rosalia Guggino e Montalbano figlia di Giuseppe, reggente di Stato in Napoli. Alla sua morte, nel 1819 il titolo di Marchese di Monterosato passò, insieme al patrimonio, alle sue quattro figlie: Beatrice, che fu moglie di Emmanuele Branciforti e Valguarnera, principe di Leonforte, Francesca, che fu moglie del conte Gasparo Manzoni, Giovanna, che fu moglie del barone Giovanni D'Ondes e Carolina che fu moglie del barone di Alleri, Casimiro Di Maria.

Tommaso Di Maria, marchese di Monterosato, nasce a Palermo il 27 giugno 1841, da Casimiro Di Maria barone di Alleri (1798- 1866) e da Carolina Natale figlia di Tommaso Natale. In prime nozze, il 21 ottobre 1819, Casimiro Di Maria aveva sposato Carolina Santostefano, figlia di Giuseppe, marchese della Cerda e di Geltrude Ruffo. Da questo matrimonio erano nati: Francesco Paolo (1821- 1897) Elisabetta, Fulco, Gertrude, Giuseppa, Alessio e Casimira. Nel 1857 le sorelle Natale, volendo fare cosa grata rispettivamente al figlio e nipote Tommaso, gli cedettero il titolo nobiliare; Tommaso, allora in età minore, fu rappresentato dal padre Casimiro che accettò per lui il titolo di Marchese di Monterosato. Il 9 febbraio 1899 la Consulta Araldica dichiarava che Umberto I concedeva il suo Reale Assenso per l'uso e la trasmissibilità del titolo e dello stemma gentilizio.

Lo stemma riuniva in sé quello dei Di Maria, mareggiato d'azzurro e d'argento, carico di tre stelle d'oro, ordinate in fascia, e quello dei Natale, azzurro, con un leone coronato che tiene un ramoscello di alloro verde, fissante una stella posta nel cantone destro del capo; il tutto attraversato da una sbarra d'oro. Il 20 marzo del 1869 Tommaso di Monterosato sposò Bianca Milo dei marchesi di Campobianco, che morì dopo breve tempo, e in seconde nozze, a Venezia, il 26 marzo 1882, Teresa Ferrara Bracco, figlia del celebre giureconsulto Francesco Ferrara (1810 - 1900) che ebbe molta parte nel risorgimento d'Italia; fu esiliato dal governo borbonico, divenne poi senatore, deputato e ministro delle finanze.

Nel 1902 fu presentato al Senato del Regno un disegno di legge per tumularne la salma nel Tempio di San Domenico in Palermo. Qui, come scrive il relatore, il senatore Canizzaro, «il 25 marzo 1848 Ruggiero Settimo invocava l'unione della Sicilia ai destini d'Italia e la città di Palermo raccoglieva le spoglie dei suoi più gloriosi figli che al valore nelle lettere, nelle scienze e nelle arti congiunsero il culto per la patria e furono collaboratori efficaci del risorgimento italiano.». Tommaso Di Maria morì a Palermo il primo marzo del 1927; dopo di lui non vi fu un altro marchese di Monterosato. Il nipote Casimiro Di Maria (1859-1935), quale unico erede e successore per linea maschile del titolo, presentò nel giugno del 1935 istanza al Capo del Governo, Presidente della Consulta Araldica, perché venisse riconosciuto a lui e ai suoi il titolo di Marchese di Monterosato.

La pratica però non ebbe ulteriore corso per la sopravvenuta morte di Casimiro, nel novembre dello stesso anno. Un'altra istanza fu presentata nell'aprile del 1946 da Domenico Ryolo, figlio di Carolina, ma anche questa rimase senza esito. Sembrò che il nuovo ordinamento fascista avesse impedito il passaggio dalla linea materna, ormai estinta. Con l'aiuto di Stefano ho cercato di localizzare ove fosse il feudo di Monterosato, questo nome così gentile. Il toponimo più probabile sembra essere una località del comune di Fermo, in provincia di Ascoli Piceno, ma le nostre varie interrogazioni in merito non hanno purtroppo avuto risposta da parte del suddetto Comune.

Ritengo infine di fare cosa gradita accludendo uno "specchietto" che riassume buona parte della genealogia essenziale:

NONNI MATERNI DI TOMMASO
Tommaso Natale e Rau 1745-1819
Rosalia Guggino

NONNI PATERNI
Francesco Paolo Di Maria 1769-1835
Casimira Drago

GENITORI
Casimiro Di Maria 1798-1866 e Carolina Natale

FRATELLASTRO
Francesco Paolo Di Maria 1820 o 21-1897

NIPOTI
Casimiro Di Maria 1859-1935
Carolina Ryolo Di Maria 1861-1946

Il Barone di Alleri

Non ci sono notizie certe sull'origine del feudo di Alleri, ma si può parlare della sua esistenza a partire dal 1500. Il feudo confina con ben cinque comuni: Alimena, Petralia Soprana, Bonpietro, Calascibetta e Gangi. Originariamente aveva un'estensione di circa 1000 ettari. Nel corso dei secoli il territorio è stato soggetto a diverse utilizzazioni: frutteti, vigneti, uliveti, seminativo, pascolo. Appartenne alla famiglia Ventimiglia e poi alla famiglia Graffeo, da questa passò alla famiglia Valguarnera; nel 1675 ai Violante Alliata. Nel 1746, per donazione a causa di nozze, passò a Paolo Di Maria, da questi al figlio Giulio, quindi al figlio Francesco Paolo e infine a Casimiro Di Maria, padre con le prime nozze di Francesco Paolo e, con le seconde nozze, di Tommaso Di Maria, marchese di Monterosato.

Francesco Paolo, barone di Alleri e di Bordonaro Sottano, nato a Palermo nel 1821, sposò il 26 aprile 1858 Maria Giuseppa Brunaccini, figlia di Giacomo, principe di San Teodoro, e della principessa Anna Brunaccini Da questo matrimonio nacquero: Casimiro (1859-1935), Carolina.(1861-1946), nonna di chi scrive, e Giacomo (1862-1891). Una sorella di Maria Giuseppa Brunaccini sposò il marchese De Gregorio. La famiglia Brunaccini era originaria di Firenze. Nel 1500 un Pier Francesco venne a Messina e nel 1654 Diego fu il primo principe di S. Teodoro. Casimiro Di Maria Brunaccini nel 1899 fu riconosciuto Barone di Alleri e di Bordonaro. Carolina sposò nel 1893, a Palermo Cesare Ryolo (1844-1918) figlio di Domenico, dei baroni di Fontanelle, e di Rosalia Ricciardi.

La famiglia Ryolo proviene da Palermo e dalle notizie di scrittori palermitani risulta che un don Pietro Riolo fu nel 1573 Giurato in Palermo e nel 1600 un don Girolamo Riolo faceva parte dell'Accademia dei Cavalieri che prendevano parte alle giostre e tornei. Un ramo della famiglia Riolo o Ryolo si trasferì a Milazzo nella seconda metà del 1700. Il 17 maggio 1763, il Vicerè e Capitan Generale del Regno di Sicilia concesse a un Don Domenico Ryolo di fregiarsi del titolo di Barone di Fontanelle, dal nome del grande feudo dell'Archi che il Ryolo possedeva tra Milazzo e S.Lucia, con «tutti gli onori, dignità, prerogative, preminenze, esenzioni, franchigie ed altro, a detto titolo debitamente spettanti e competenti».

Lo scienziato Monterosato

L'attività scientifica e letteraria del marchese di Monterosato è ben nota nel mondo della malacologia. Nella prefazione alla ristampa delle sue opere, nel 1982, cosi si legge: «Per l'importanza e l'influenza avuta su tutti i malacologi europei degli ultimi cento anni, non è certo azzardato sostenere che il grande palermitano sia da ritenersi tra i primissimi scienziati del settore di tutti i tempi.». Purtroppo il suo ricco e voluminoso archivio, custodito dai miei zii nella casa di campagna, un tempo della nonna Carolina, era stato disinvoltamente portato via da mani estranee, frammentato e venduto. Rimanevano soltanto poche conchiglie, alcuni libri, sue pubblicazioni, e corrispondenza: lettere del Marchese e della moglie Teresa (durante gli anni1908-1925 circa) indirizzate a Casimiro Di Maria, il nipote, e altre inerenti la sua attività di studioso e collezionista.

Gli scrivevano un po' da tutto il mondo: l'Università del Colorado, l'Accademia di Philadelphia, il Museo di Washington, l'Istituto Entomologico di Berlino, il Museo di Storia Naturale di Neuchatel, la Facoltà delle Scienze di Lione, l'Istituto Geologico Universitario di Roma, e molti malacologi. Alcuni collezionisti, fidandosi solo del suo parere, inviavano al marchese delle conchiglie perché lui le rinominasse. Tutti dimostravano di avere per lui grande stima ed apprezzamento. All'indomani della sua morte così lo ricordava il marchese Antonio De Gregorio (1855-1930), anche lui noto malacologo, ai soci della Società di Scienze Naturali di Palermo: «Una perdita gravissima e dirò anzi incolmabile ha subito la nostra Società». Continua poi, accennando agli studi fatti da Monterosato presso il convento degli Olivetani e come dall'abate Brugnone, insigne malacologo e collezionista, fu avviato allo studio delle scienze naturali e della malacologia in particolare.

«Per anni ed anni egli si consacrò allo studio della fauna malacologica mediterranea studiandola comparativamente a quella postpliocenica dei depositi di Ficarazzi e delle falde di Monte Pellegrino. In seguito volse le sue indagini e i suoi raffronti su talune specie atlantiche. Dallo studio delle conchiglie marine mediterranee passò a quello delle conchiglie terrestri di Sicilia. Con grande pazienza e anche con ingente spesa, fece una collezione ricchissima e minuziosa di tutte le contrade dell'isola. Profittando dei viaggi estivi raccolse anche delle conchiglie terrestri del continente per opportuni raffronti. Ebbe poi la fortuna di potere acquistare delle collezioni di grandissima importanza: prima fra tutte quella di Brugnone e poi quella di Tiberi. Infine per mezzo di cambi e amicizie ottenne delle conchiglie importanti di profondità marine. Tutta questa ricchissima collezione il marchese poi la vendette al comm. Beltrami.».

Oggi la collezione si trova a Roma presso il Civico Museo Zoologico. Elencando la quantità delle sue pubblicazioni egli premette: «Prima di far un cenno dei suoi lavori è utile che io avverta che egli nell'indicare i nomi delle specie nuove da lui proposte, invece di usare l'abbreviazione rigorosa del proprio nome, come si costuma, cioè Mont. ovvero Monter. aveva l'abitudine di notarla con Monts; ciò per distinguere le sue iniziali da quelle del notissimo malacologo Montagu, che si usa indicare con Mont.». Il marchese De Gregorio ricorda anche che Monterosato nel 1879 fu eletto membro dell'Accademia di Scienze e Lettere di Palermo e iscritto in seguito nella classe degli Emeriti.

L'accademia di Scienze Lettere ed Arti a Palermo

L'Accademia nacque nel 1718, dalla settecentesca "Accademia del Buon Gusto". Con il 1883 abbandonò la denominazione originaria per assumere quella di "Accademia di Scienze, Belle Lettere e Arti". Nel 1884, con il nuovo Statuto ricevette il titolo di Reale. Ogni anno l'Accademia pubblicava un volume dei suoi Atti. Nel 1875, nella sua relazione sui lavori dei soci nell'anno precedente, il Segretario Generale prof, Bozzo, rammenta due grandi uomini, che insieme al Meli «diedero il nome all'immortalità»: Gabriele Lancillotto Castelli, Principe di Torremuzza, chiamato dai dotti di Germania «stella di prima grandezza nel cielo archeologico» e Tommaso Natale, marchese di Monterosato, «perfezionatore, propagatore per la soave via de' versi, della filosofia di Laibnizio, traduttore, de' più fedeli e de' più sapienti, dell'Iliade d'Omero, precursore di Beccaria nella famosa riforma delle leggi criminali».

Nel presentare poi il lavoro di Tommaso Di Maria, socio attivo per la classe di Scienze Naturali ed Esatte, il Segretario Generale dice di lui: «dopo i suoi primi saggi sulle conchiglie del Mediterraneo, dopo le accoglienze fattegliene dai più savj uomini d'Europa, già è sollecito a porgercene una nuova rivista; cui terran dietro altri studi sul catalogo delle conchiglie di Montepellegrino e Ficarazzi viventi nel mediterraneo, che per le nuove scoperte, e per più esatte identificazioni riusciranno importanti».

Nella "Nuova Rivista delle Conchiglie Mediterranee" pubblicata negli atti dell'Accademia del 1875. il Marchese fa una introduzione dalla quale stralcio questo suo pensiero: «si potrà dunque conchiudere, che la nostra fauna non è del tutto conosciuta e che non è ancor tempo di dare alla luce una grande e costosa pubblicazione ormai divenuta necessaria- la quale dopo la sua comparsa diventi insufficiente e monca delle notizie più importanti.». Per raggiungere questo scopo e per riunire tutti i dati necessari per la compilazione di un sì grande lavoro è indispensabile il concorso di tutti i naturalisti che occupano un alto posto nella scienza e che nutrono per essa un vero e spassionato culto. Ma purtroppo un perfetto accordo non esiste fra gli stessi ed è assai deplorabile che uno spirito di scissura soffi talvolta ad animare meschine emulazioni e gare individuali, là dove non dovrebbe prevalere rivalità di uomini o di cose. Ma sapienza amore e virtute.

La vita privata del Marchese

Ma se è facile apprezzare il valore di Monterosato leggendo le sue pubblicazioni e gli studi sulle sue opere, o visitando la mostra delle sue collezioni, poco si sa della sua vita e cosi per una conoscenza più personale mi sono rivolta alla mia lettura preferita: la corrispondenza. Non penso di sminuire lo scienziato Monterosato se, attraverso questa cercherò di restituirgli un po' di quella carica di simpatia e maliziosa bonarietà che sicuramente aveva. Dai miei familiari non avevo avuto molte notizie su di lui, e penso che non avessero consapevolezza del suo valore, e quanto a me dovevo essermi convinta di avere avuto un antenato con uno splendido "hobby"; niente di più. Non ho ricordo di conchiglie nelle nostre abitazioni ma sul balcone di una mia zia, in funzione di vasi, ve n'erano alcune piuttosto grandi con dei gerani in fiore.

Tommaso e Teresa di Monterosato vivevano a Palermo in via Ugdulena, ma sarebbe più esatto dire: avevano casa a Palermo, dal momento che si trovavano quasi sempre in viaggio e, anche rimanendo in città, spesso dimoravano all'Hotel des Palmes che poteva considerarsi la loro seconda casa. L'Hotel des Palmes, simbolo della Belle Epoque, era nato dalla vecchia Casa Patrizia degli Ingham Withaker costruita nel 1856; una casa all'inglese in stile coloniale, con un bellissimo parco intorno con ficus, ibiscus e palme. Un passaggio sotterraneo la collegava ad una chiesa anglicana vicina. Nel 1874 la vedova Ingham cedette la villa ad un operatore locale, Enrico Ragusa, che la trasformò in albergo; la sua Hall, grazie all'intervento, nel 1907, di Ernesto Basile, uno fra le maggiori espressioni del Liberty, è considerata ancora oggi, fra le più belle d'Europa.

Negli anni l'Hotel des Palmes fu dimora di molti personaggi illustri, da Robert Wagner che vi completò il suo Parsifal a Francesco Crispi, a V. Emanuele Orlando. L'Hotel era molto amato dai palermitani; vi si svolgevano i grandi balli di Carnevale, i Cenoni di fine d'anno, i matrimoni, ed era normale che la gente che contava vi pranzasse o ricevesse gli amici, avendo a disposizione parecchie salette riservate. I Monterosato si trasferivano in albergo per sfuggire al freddo del loro palazzo o per improvvise crisi del servizio (ossia insufficienza di servitù); il servizio comprendeva anche "l'equipaggio", cioè carrozza, cavallo e cocchiere. Teresa, la moglie del Marchese era una donna di vivace intelligenza e curiosità, almeno a giudicare dai suoi tanti libri di storia, letteratura e romanzi, quasi tutti in lingua francese.

Gli è stata compagna per ben 45 anni, sempre accanto a lui anche nel loro girovagare per il mondo. Amandosi tanto, battibeccavano sempre e simpaticamente, con gran divertimento di parenti e amici; una coppia alla Vianello- Mondaini d'altri tempi. Così racconta Laura Oddo che ha un'assidua corrispondenza con il cugino, il barone Casimiro e non manca mai di riferire su queste scenette: «gli Zii vengono a trovarmi spesso, sciarriandosi sempre. Il Marchese mi disse che la consorte di questi tempi è come la donna in family way, cioè desidera sempre tutto ciò che costa di più.». Ma nello stesso tempo Laura ricorda che se il Marchese può scherzare sulla moglie «non la vuole però toccata dagli altri». Un'altra volta (1923) Laura racconta di una loro visita a una parente ammalata: «gli Zii hanno colto l'occasione per avere come passare il five o' clock e Antonietta si diverte moltissimo dei loro continui battibecchi coniugali. Te ne racconterò fra le tante una divertente. Sere addietro vi fu banchetto in casa Guggino al quale intervenne la sola marchesa e siccome si spaventava di ritirarsi tardi, pernottò li. Lo raccontarono poi da noi; il Marchese diceva ad alta voce: elle a découché e siamo stati un giorno tranquilli; la Marchesa diceva sottovoce: non lo farò mai più perché Totò ha provato troppa impressione da stare una notte senza di me.».

Monterosato era un uomo dalla compagnia piacevole e dotato di notevole umorismo. Scrive Laura nel 1911: «il Marchese nostro mi scrive sempre delle lettere talmente lepide che formano il divertimento di noi tutti.». Dai pochi scritti del Marchese mi arrivano flash sulla vita palermitana e sugli avvenimenti più importanti dei primi anni del novecento. Il terremoto di Messina per esempio trovò la coppia in viaggio: «Siamo terrorizzati dalla tremenda notizia», scrive il Marchese al nipote e chiede con ansia notizie di parenti e amici. Ma il nipote sconvolto anche dalla perdita sotto le macerie di una "carissima amica" si reca precipitosamente dalla sorella a Milazzo per rassicurarsi sulla loro incolumità. Lo raggiunge una lettera del suo cameriere che, nel suo dialetto così descrive Palermo in quei giorni:«A Palermo non vi è più locale per mettere feriti e per allogiare la grande quantità dei salvati, gli ospedale sono piene, le scuole azzoppo, le chiese, i teatri gli alberghi i quartiere gli Istituti i monasteri i locandi insomma la vera carestia. Per le strate s'incontrano centinaia di profughi che chiedono pane, gli voleva a Palermo quest'altra miseria e si consò perfetto.».

Casimiro Di Maria, nipote del marchese, abitava anche lui a Palermo,in Corso Calatafimi 89, nel palazzo Fici, ma se la seconda casa dei Monterosato poteva dirsi l'Hotel des Palmes, la dépendance di Casimiro era sicuramente il Circolo Bellini, dove trascorreva con gli amici le sue serate, giocava a Bridge, scriveva e riceveva posta, spesso vi pranzava. Da Palermo Casimiro si allontanava anche per parecchi mesi per recarsi dalla sorella a Milazzo, o nei feudi di Alleri, e di S.Teodoro nei Nebrodi meridionali, divenuto nel 1687 possesso del Principe Diego Brunaccini. Da questi luoghi, a volte, per fare cosa gradita allo zio, faceva raccogliere delle conchiglie di terra e gliele inviava ma per lo più risultavano inutilizzabili perché danneggiate, così che il marchese gentilmente, un giorno gli scrive: «In verità non vorrei darti incomodo alcuno perché le conchiglie allorquando sono raccolte da mano inesperta riescono per lo più inutili. Quelle piccole sono le più facili a procurarsi e se ti viene l'occasione potrai forse raccoglierle ed io trovarci una certa utilità. Tu intanto non sei del tutto profano perché distingui 3 categorie.». Casimiro è un fratello affettuoso e premuroso con la sorella Carolina, ed ha con lei una corrispondenza quasi quotidiana. Vive da solo; il terremoto di Messina, nel 1908, tronca tragicamente la sua relazione, che durava ormai da diversi anni, con un'attrice di teatro: Italia C.

Generalmente Casimiro alterna periodi sereni a periodi in cui, come scrive a Carolina: (21 agosto 1910) «ho bisogno di compagnia, ho bisogno di qualcuno che si occupi del mio ménage, solo divento inerte, triste, meditabondo.». Il 3 gennaio 1910 cosi si descrive alla sorella: «Sarei stato felice di essere teco in questo periodo di feste, ma col cuore sono stato presente. Hai ragione ad essere contenta che io sono qui, ne sono anch'io lieto, la mia salute, grazie a Iddio e la Madonna SS. ne ha risentito un benessere importante; la vita che io fo, è, come ti dissi, un po' strapazzosa, ma rinfranca la mia mente ed il mio spirito. Sono ugualmente contento, anzi ne vado fiero, del posto che godo in società, ti assicuro senza alcun mio merito, sono molto ben trattato da tutti, e tutti i miei parenti e conoscenti fanno a gara per farmi gentilezze, amabilità e affettuosità. Come suol dirsi sono ben voluto,e ciò è per me che manco di affetti di famiglia una vera ricreazione. Come la notte di Natale, cosi l'ultima notte dell'anno la passammo in casa Florio; giocammo brindammo e cenammo lietamente fra gente dilettissimae ascoltammo tutte e due le volte la S. Messa.». Donna Franca Florio era per Casimiro un'amica sincera. Figlia del barone di San Giuliano e di Costanza Notarbartolo di Villarosa, aveva sposato l'11 febbraio 1893 Ignazio Florio. D'Annunzio per la sua bellezza ed eleganza la definì "Unica" e il Kaiser Guglielmo II la chiamò "Stella d'Italia". Per ritrarla, in un dipinto diventato celebre, Boldini nel 1924 venne a Palermo da Parigi.

Epidemie e guerra

Verso il 1910 si verificano anche a Palermo diverse epidemie: si parla nella corrispondenza, forse impropriamente,di colera e di vaiolo. In settembre Casimiro Di Maria comunica alla sorella Carolina: «Qui pare che serpeggi qualche caso di colera, sino a questa sera se n'è accertato uno dietro Palazzo Reale e se ne vociferano 2 in via Albergherai e in via Cavour; la città è tranquillissima.». In seguito però la sconsiglia dall'accompagnare i figli al collegio di Montecassino perché lì: «si sarebbero raccolti anche i ragazzi provenienti dal napoletano, zona di epidemia, e sarebbe stato pericoloso.». Di colera muore la giovane moglie di Vincenzo Florio, Annina Alliata di Montereale. Carolina in una lettera al fratello nel 1911, cosi scrive da Milazzo: «Il colera, sento con piacere che è in diminuzione. Qui c'è stato qualche caso, tre o quattro, subito repressi. Alcuni sostengono che non è stato colera, altri in contrario. Certo che invece di nascondere, come si è fatto in tutte le città, hanno esagerato, con grave danno del commercio, e dappertutto si ritiene che Milazzo sia infetta, e la città langue e si è fatta più spopolata.».

Anche a Palermo la situazione sembrava migliorare e non vi erano disposizioni per le scuole; si era però molto in ansia per un focolaio al Manicomio Vignicella. L'epidemia però continuerà anche l'anno seguente e nella corrispondenza si parla di parecchi decessi. I Monterosato cercavano viaggiando, di tenersi lontani dalla città. Cosi scriveva il Marchese da Venezia al nipote: «Le notizie sull'epidemia di vaiolo ci faranno ritardare il ritorno. Lasceremo Venezia a malincuore e andremo per una settimana a Viareggio, poi a Roma, il meno possibile (epidemia) e a Napoli, dove ci fermeremo. Il giorno 18 sono stati compiuti 4 mesi ed ancora ne abbiamo, tutto compreso, per un altro mese, ciò che fa 5, grazie all'epidemia. Per fortuna la forte spesa non ci incomoda e l'assenza da Palermo ci viene compensata dal viaggio riuscitissimo fino ad ora.». Ma anche a Roma serpeggia il colera e, come scrive la marchesa: «non oso consigliare a Totò a dimorarvi più di quel che vorrebbe. Vedremo. Si passa un periodo vero angoscioso con tanti flagelli dappertutto!».

All'epidemia seguiva nel 1915 la guerra, e da questa non si poteva fuggire. Il cibo cominciava a scarseggiare e i prezzi salivano vertiginosamente. Il nipote Casimiro invia agli zii prodotti della campagna: cacciagione, polli, mandorle ecc. che vengono accolti con grande apprezzamento; soprattutto il moscato di Lipari, perché, come dice il marchese: «qui non vi è più una goccia di vino sincero. Si vende in fiaschi il nostro vino mediocre per Chianti e si paga assai caro. Il moscato che si vende qui è vino colorato biondo con lo zucchero.». E la marchesa scrive in un'altra lettera: «Deliziosa malvasia! Fa risuscitare i morti, ed io che lo sono quasi, mi sento rinascere, questo è vino! Mi faccia conoscere il nostro debito, non possiamo ammettere tanta munificenza. Sarebbe veramente troppo. Ogni qualvolta che ne bevo dovrei sentire il rimorso di averla disturbata, quindi permetta che la prego di risparmiarmi tale rimorso.».

Da Roma, dal Palazzo Regina Margherita scrive nel gennaio del 1915 la principessa di Sant'Elia, Dama di Compagnia della Regina: «Se non vi fosse sempre questo incubo terribile della guerra, e della mobilitazione in conseguenza, sarei venuta a passare due mesi d'autunno a Palermo. Verrà questa guerra; speriamo di no. Le lettere che ricevo dalla Francia non sono certo per invogliare alla guerra. Immenso disagio per tutti; e tante giovani esistenze finite. La Francia è un immenso ospedale.». E la guerra arriva anche per i Monterosato, i quali sono angosciati per le notizie che giungono dai campi di battaglia. Anche tra la nobiltà palermitana si contano molti morti. Del figlio di una comune parente cosi scrive il marchese: «è stato ucciso sul fronte di battaglia. Noi siamo molto intristiti a questa grande sventura. Povero giovane, cosi valoroso, bello, e promettente un avvenire, per lui e la madre, decorosissimo.».

Anche nel 1916 ebbe luogo l'inaugurazione della Stagione Musicale al Massimo e si rappresentò "La fanciulla del West" ma, mentre per la prima il teatro era gremito, la seconda sera era completamente vuoto. Come scrive Laura: «In tempi cosi calamitosi pochi hanno voglia di divertirsi.». La città è però piena di ufficiali inglesi e per le ragazze palermitane si offrono ancora occasioni di piccoli ricevimenti. Ma l'amor di patria ispirava, a volte, anche le signore. Ecco cosa racconta Laura al Barone l'11 maggio 1916: «la tua lettera mi giunse proprio al momento che stavamo mettendoci in carrozza per recarci a un gran ricevimento dalla Gemma, dove convenne tutta Palermo elegante. Questa riunione fu data in onore di una cassata, confezionata dalla padrona di casa.

Gli invitati furono subito introdotti nella Sala da pranzo dove non c'era neanche l'ombra di un qualsiasi rinfresco. Sulla tavola da pranzo c'era soltanto posata un'enorme bandiera tricolore e, proprio questa bandiera era la famosa cassata, con tre essenze: verde, pistacchio- bianco, latte - rosso, caffè. Ti assicuro qualcosa di veramente squisito, e per bevanda, lo shampagnino solito, eccellente. C'erano i nostri Marchesi, anzi devo dirti che tuo Zio era di buonissimo umore e disse molte cose spiritose.». Il 10 agosto del 1916 Laura scrive al cugino per partecipargli un avvenimento molto drammatico: l'affondamento nel porto di Taranto della più bella nave della marina italiana: la Leonardo da Vinci, nel quale morirono 22 ufficiali e 200 marinai.

Tra gli ufficiali molti erano amici di famiglia o conoscenti, come l'ammiraglio Picenardi, i guardiamarina Pericoli e Verna. Laura riferisce il racconto che ne fece una sua nipote che viveva a Taranto: «la nave s'incendiò e per non far scoppiare la Santa Barbara fu colata a fondo, ma invece di colare dritta "abbucco" come si dice in siciliano; la stampa ne aveva fatto un segreto.». Un'altra tragedia particolarmente dolorosa, commuoverà l'intera città: la morte dei fratelli Trabia: Manfredi e Ignazio. Il 24 agosto del 1918 Laura comunica al cugino che il giovane Manfredi, appena rientrato al fronte, era stato ucciso in un bombardamento aereo; il fratello, precedentemente caduto con il suo aereo a Pozzuolo, era stato dato per disperso o prigioniero. Un anno dopo, il 30 dicembre del '19, Laura scrive che il corpo di Ignazio e quello dei suoi quattro compagni, era stato ritrovato; erano stati sepolti nello stesso luogo del disastro. Tanti lutti e tanto dolore le fanno dire: «Non ti devi scandalizzare se io ho dei sentimenti poco patriottici ma trovo che ci si doveva ancora ben pensare prima di sacrificare migliaia e migliaia di giovani esistenze.».

Non tutti però la pensavano come Laura, se, come scrive 5 luglio del 1918, «qui è sorto un certo "Fascio Femminile", sotto la direzione della Baronessa Carcaci Pintacuda, una fervente patriota e che vuol continuare la guerra a oltranza, alla faccia sua! Figurati come è ben vista da chi ha figli al fronte.». Ma neanche la guerra può essere di ostacolo all'amore. In una simpatica cartolina, il 19 luglio '17, Laura scrive: «Caro Barone, il vero caso di dire: veni, vidi, vici. Tua zia la Marchesa ieri ha assistito alle nozze civili e religiose e poscia alla partenza della Sig.na Teresa Fischetti col Capitano Bellavista, il quale, venuto qui per una breve licenza per convalescenza, in solo sette giorni conobbe la ragazza, l'amò, la domandò, si fidanzò, la sposò ed entrambi partirono subito per il fronte. Il vero coupe de foudre! Lascio alla tua immaginazione le osservazioni frizzanti e spiritose di tuo Zio il Marchese.».

Anche i figli maggiori di Carolina, Domenico e Francesco, partono per il fronte, e Teresa le scrive: «mi congratulo che il piccolo Casimiro (il figlio) sia stato esonerato. Si vive in si terribili trepidazioni che bisogna ringraziare Iddio quando qualcuno dei nostri cari viene disprezzato… Dal canto mio, ho una infinità di nipoti, cugini al fronte e non si è mai tranquilli. Tu che sei tanto devota ti unisci ai voti di Venezia e di Padova per erigere un tempio votivo per la vittoria e la pace? Questo per iniziativa del Cardinale Patriarca di Venezia e del mio caro amico il Sindaco Grimani. Speriamo che la Provvidenza ci dia la fortuna di mettere ad esecuzione tale voto. Non verrà questa pace presto come la si desidera? Vediamo spesso Lilla sempre spensierata ed allegra. Oggi in casa Arenella vi sarà un concerto musicale. Mi sembra proprio della circostanza, mentre i campi si coprono di cadaveri! Beato chi non ha cuore per le altrui sofferenze.». In guerra andranno tutti e quattro i figli maschi di Carolina.

Domenico farà 3 campagne di guerra: 1916,1917,1918, quale Ufficiale d'Artiglieria, e fu anche in trincea, quale Comandante la 609 Batteria. Durante la ritirata a piedi, dal Carso, si distinse per avere salvato, una gran quantità di pezzi di artiglieria. Dopo la guerra ebbe conferita la Croce di Guerra e la promozione onorifica a Tenente Colonnello. Francesco, sarà Capitano di Artiglieria di complemento, reduce di due guerre. Antonio, Capitano di Artiglieria, farà anche la guerra del '40, e Casimiro tenente di Fanteria. Nel 1917 anche Ugo, il figlio di Laura, riceve l'ordine di partire e andrà in zona di guerra in Carnia. Scrive Carolina al fratello il 4 novembre 1915: «Una irreparabile sciagura ha colpito la famiglia De Gregorio, Ciccio, figlio di Totò è caduto in combattimento sul Carso. Tremo per i miei figli, per tutti. Quando Dio avrà pietà di noi e farà cessare questo terribile flagello! Mimi è a Vinadio a 1400 metri di altezza e gli ultimi giorni nevicava.». E ancora: «È morto il figlio del Maggiore Lucifero a 26 anni, promosso capitano da appena 15 giorni. Mio nipote Mico è al fronte e ha già preso parte al primo combattimento.».

Al fronte, nel Trentino, muore un Di Maria: il Maggiore Generale Eugenio, da Petralia Sottana (Palermo), comandante la Brigata Sassari. Aveva già partecipato alla Campagna di Cina del 1900-901, riportando due medaglie al valore e la Croce d'Oro e si era distinto nel terremoto del 1908 e in Libia. Un cittadino milazzese, Luigi Rizzo, si coprirà di gloria per le sue imprese ardimentose, tra queste l'affondamento di due corazzate nel porto di Trieste e al largo di Premuda. Sarà decorato con due medaglie d'oro e quattro d'argento. Nel dicembre del 1917 il Marchese scrive a Casimiro: «Ti auguro buona salute e buoni affari (il Marchese certamente allude alla vendita del vino dopo la vendemmia, 'l'affare' più importante ogni anno per Casimiro e Carolina, come per tutti i proprietari terrieri del milazzese), con la speranza che cessino tutte le ansie che ci produce questo stato di cose.

Noi continueremo a rimanere all'Hotel des Palmes, dove siamo ben trattati, per quanto si può ed in buona compagnia, da noi, alla via Ugdulena si è come in una spelonca, non luce non passaggio di gente etc.». Conclusasi la guerra, non erano finiti i guai: l'epidemia di spagnola che interessò nel 1918 non solo Palermo ma tante nazioni avrebbe fatto molte vittime. Il tredici aprile Laura racconta a Casimiro che si trova a Milazzo: «Stamane c'è stata un'invasione a casa tua, di signore, signorine, fidanzati, ufficiali, i quali tutti, profittando della squisita gentilezza di tuo nipote Ciccio (Francesco, figlio di Carolina), gli chiesero di assistere da quei balconi al defilé della truppa, e il nipote con gentile pensiero, fece trovare dei magnifici fiori in omaggio ai reduci combattenti.». Finalmente nel 1919, la città si rianima, soprattutto i giovani vogliono divertirsi, come dice Laura, quasi per dimenticare gli scampati pericoli. Il Carnevale ritorna in gran forma. Laura scrive: «Il Carnevale quest'anno offre moltissimi svaghi, balli diurni e notturni. Gran The danzante allo Sport, con orchestrina e ricco trattamento, come se la guerra non fosse mai stata, eppure, caro Barone, veniva da meditare sopra quanta gioventù era sparita, dacchè vi era stata l'ultima festa prima del cataclisma europeo.».

La Mondanità

Anche se si avvertono i primi sintomi di un cambiamento di costume e mentalità, la vita mondana, nel primo Novecento, a Palermo, è brillante e vivace; la nobiltà, antica e splendida, ama ricevere e le occasioni non mancano mai: il ritorno in città di amici, il Carnevale, e soprattutto matrimoni e fidanzamenti, avvenimenti mondani per eccellenza. Occasione di manifestazioni e ricevimenti era anche la beneficenza: memorabile riuscì una festa settecentesca in casa Trabia, come riferisce Laura: ("biglietto d'ingresso 50 lire!") i saloni furono affollati di gente e la festa ebbe un gran successo. Un altro evento nel 1915 fu la vendita, in favore della Croce Rossa, di calendari artistici dipinti da fanciulle dotate di vero talento. I Monterosato, per casato e amicizie partecipavano alla vita mondana della città, compatibilmente con il tempo dedicato dal Marchese allo studio e, come intuisco, dalla sua non sempre buona disponibilità.

Scrive infatti in una cartolina del 1912 al nipote: «Noi siamo in piena festa cioè in pieno rompimento di scatole. Che cosa bella che sarebbe la vita se non ci fossero i divertimenti. Siamo impressionati per la perdita fatta con la morte di S.M. Edoardo VII nostro sincero amico che l'Italia rimpiangerà seriamente!». Non sempre il Marchese era in "pieno rompimento" perché non mancava mai di battute umoristiche, e queste venivano riportate e diffuse piacevolmente. Racconta Laura (1916) Domenica sera un gran pranzo in casa Pajno per il compleanno della Gemma: «I commensali erano: Carolina Cerda e figli, Carolina Calandra e i tuoi zii Monterosato. Durante il pranzo vennero letti certi versi della cuoca che tuo zio il Marchese giudicò superiori a quelli dannunziani. Mentre del ricevimento in casa Arenella riferirono a Laura che c'erano varie tolette dernier cri, fra queste Franca Florio, completamente décolletée, con le spalle di fuori. Tuo Zio disse: 'arrivati a questo punto, magari cadono le braccia'.».

Il Circolo Bellini

Promotore di sontuosi ricevimenti ma anche di incontri letterari e artistici di grande rinomanza è il Circolo Bellini che, si può ben dire, appartiene alla storia dei più importanti Circoli d'Italia. Don Alonso Alberto Monroy, principe di Maletto, in una sua pubblicazione del 1909: «Ricordi di taluni Circoli e della Grande Conversazione della nobiltà di Palermo, oggi Circolo Bellini 1769-1908» scrive: «Il nostro patriziato, in ogni tempo benemerito delle scienze, delle lettere, delle varie opere di pietà e di beneficenza; sempre distinto nelle armi, nella politica, nella diplomazia, nella carriera ecclesiastica, avea pur diritto, come s'era ugualmente praticato in altri paesi ingentiliti e civili dell'Europa, di godere in certe ore del giorno, non che della sera, di lieti ed onesti ritrovi.».

Monroy avverte però che «non debba credersi che il nostro patriziato sia stato, e sia buono a creare Circoli e darsi spasso e bel tempo» per cui avrebbe dedicato un libro intero alle benemerenze in ogni campo della nobiltà. Scrive Don Alonso:«In italiano le case di conversazione si denominano Casini, Società, o Circoli, dal francese Cercles e pur anco Clubs. Il nome Casino è usato proprio a denotare queste case di onesta e piacevole compagnia, tenute da diverse persone all'uopo riunite, e dove si hanno sale di lettura, di giuochi, di bigliardi, di concerti musicali, di balli ed altri trattenimenti. Il Casino, dunque, altro non è che un diminutivo di casa.». Nella sua pubblicazione Monroy ricorda altri circoli palermitani; tra questi: il Circolo Unione, già Del Bigliardo o Nobile Conversazione, nato posteriormente al Bellini, (la data del 1925 è incerta), il Nuovo Casino di Palermo, costituitosi a Società nel 1846, il Circolo Artistico di Palermo del 1882, e i più recenti Circolo Militare e Sport Club del novecento.

Del Circolo Artistico scrive: «Le sue sale sono addobbate con molto lusso, e tutto l'ambiente risponde allo scopo del Circolo, che mira a diffondere il culto delle Belle Arti, ed interessarsi di tutte le manifestazioni artistiche. Si propone le esposizioni d'arte, i concerti musicali, le conferenze, i corsi speciali onde propagare le cognizioni artistiche, lo studio dal vero e del costume tenuto in apposita sala. Oltre la partecipazione alla vita artistica, il Circolo dà agio ai soci d'intrattenersi nelle proprie sale in conversazione, lettura, giuochi vari, balli e scherma.». Parecchie personalità importanti furono ospiti del Circolo Bellini, tra queste: il Conte De Borch, l'abate de Saint-Non, Ferdinando III, I Principi di Piemonte Umberto e Margherita di Savoia poi Re e Regina, Don Carlos di Borbone Duca di Madrid. Il Conte di Torino Vittorio Emanuele di Savoia Aosta; Monroy ricorda il banchetto che il 12 gennaio il Circolo offrì in suo onore:

"La minuta del pranzo fu la seguente:"

  • Purée de volaille à la S. Louis.
  • Macaronis à la Sicilienne.
  • Poisson à l'Anglaise, sauce Hollandaise et Tartare.
  • Veau à la Printaniére.
  • Paté de gibier à la moderne.
  • Dinde roti, salade.
  • Bombe à la Mongador.
  • Dessert - Fruits.
  • Chianti - Marsala - Bordeaux - Champagne.

Tra i soci del Circolo Bellini troviamo il primo marchese di Monterosato, Tommaso Natale, e Tommaso Di Maria che nel 1888 è anche inserito nel Direttivo. Il Bellini aveva sempre avuto nei teatri alcuni palchi riservati e vi erano ammessi solo i soci con il pagamento della quota di abbonamento, nel Teatro Massimo il Circolo prendeva tre palchi in seconda fila oltre l'annesso palco che dava sul proscenio e i salottini analoghi. Il Massimo era stato inaugurato il 16 maggio del 1897, venti anni dopo la pubblicazione del bando di concorso per la sua costruzione. I lavori iniziati dall'architetto Filippo Basile furono terminati dal figlio, Ernesto. Nella serata inaugurale il pubblico, elegantissimo, potè ammirare la bellezza della sala e lo sfarzo delle dorature; anche l'opera rappresentata, il Falstaff di Verdi, era per Palermo una novità. La stagione per quel primo anno di attività prevedeva anche una Gioconda con l'allora giovane tenore, Enrico Caruso. Nel corso degli anni, il Massimo richiamò sempre molto pubblico per l'avvicendarsi di artisti e musicisti di prestigio. Ma il teatro apriva le sue porte anche al Carnevale, che a Palermo era sempre festeggiato con entusiasmo e partecipazione generale. Laura racconta di una serata svoltasi con tableaux vivant, così ben riuscita che si replicò nel matinée.- "I Monterosato si decisero a prendere due poltrone.".

I viaggi

Le partenze dei Monterosato per i loro frequenti viaggi erano spesso improvvise e lasciavano parenti ed amici alla continua ricerca del loro ultimo indirizzo; principalmente viaggiavano per raccogliere nuovo materiale scientifico, visitare musei, incontrare altri collezionisti di fama ma anche per villeggiare e a volte per risolvere piccoli problemi di vita quotidiana come le crisi di servizio. Scrive il Marchese nel marzo del 1908 al nipote Casimiro: «Siamo in mezzo agli scioperi Il cuoco è gravemente ammalato, Stefano ed il guardiaporta si sono mostrati infedeli e sono stati congedati. La cameriera ha bisogno di assistere la madre inferma. Che vuoi di più? forse fra giorni, allorquando ci saremo assicurati un buon portiere, lasceremo Palermo per Napoli. Può anche darsi che da un giorno all'altro tutto si arrangia ed allora resteremmo perché a dirti il vero un viaggio ora, mi incomoderebbe un poco. Non abbiamo più 18 anni!» Era un vezzo il suo.

Parecchi anni dopo la nipote Laura scriverà preoccupata che lo zio, reduce da una polmonite, si era rimesso in viaggio: era il 1925 e lo zio aveva allora 84 anni. Viaggiare era in quegli anni piuttosto faticoso e il Marchese si mostrava spesso indeciso cosi come scrive Teresa nel 1904 da Viareggio al nipote mentre lo invita a raggiungerli a Parigi: «Succedono qui delle gran scene da ridere! Mio marito protesta mattino e sera contro la gita a Paris, esaminandone tutti gli svantaggi e tutti gli strapazzi e per prova della sua inesorabile risoluzione, non volle portare nessun oggetto di toilette indispensabile in quella città, come redingote, frac ecc. Ma io che lo conosco, dico che non fu che un tentativo di resistenza alla tentazione che lo lavora, ed infatti, in mezzo ai mille progetti che escludono Paris, egli con tutta fretta stamane le ha scritto quella cartolina incaricandola della spedizione di quegli abiti! Non volle neppure attendere la mia lettera per tema che io ritardassi a scrivere! E ciò dichiarandosi sempre contrario e d'accordo con me a non fare quel lungo viaggio… Invece la ragione è che egli non vuole trovarsi nella condizione d'avere degli ostacoli a tale risoluzione, che prenderemo poi da un momento all'altro.

Io non ci tengo affatto perché vedo più prudente risparmiarci tanti strapazzi; ma nel mio interesse sarebbe utilissimo, poiché questa gita a Paris mi frutterebbe una bellissima promessa di mio marito che sarebbe peccato a farmela mancare». Dalle cartoline del 1905,che Monterosato scrive da Parigi, intuisco che spesso portavano con loro anche la femme de chambre, infatti si parla di una certa Merendina, «che si diporta molto bene ed apprezza quello che vede. Non ha che un difetto: cioè di costare come uno di noi.». E Casimiro non è da meno; è rimasto famoso nella famiglia Ryolo un viaggio di Casimiro, anche lui a Parigi, con il domestico Cecè. Al contrario di Merendina, Cecè non doveva apprezzare molto la Ville Lumiére perché se ne uscì con questa "storica battuta": Signor Barone, a quest'ora a Palermo c'è il Festino di S. Rosalia, e noi iettati ccà a Parigi… Scrive ancora la marchesa a Casimiro nel 1905 dall'Hotel de Hollande di Parigi: «Dopo una settimana di sballottamenti nelle terribili ferrovie italiane che sono una vera peste. siamo qui a riposarci per due giorni.

Percorremmo tutta la linea che costeggia il mare e questa volta provavo un grande dispetto di non aver scelto la via di mare per Marsiglia; tutto il tempo fu calme plat, olio, a nostro gran regret mentre si scottava dal sole e dal fumo dei tunnel. Però fummo ben compensati da Marsiglia a Paris nei splendidi train de luxe… oggi ho procurato di rimanere in casa e l'occupo a scrivere. Sono in debito con tutti. Spero ci darà presto sue nuove e di quanto può interessarci. Qualche volta, come l'anno scorso, mi farebbe piacere ricevere un giornale di Sicilia che a lei non serve più. Gli automobili elettrici sono ad ogni passo e costano nientemeno che 20 fr per ora o 60 fr al giorno. Les midinettes formicolano in tutta la Rue de la Paix e specialmente di fronte al nostro hotel. Se ne divertirebbe. Totò dice che sta dormendo e non può scrivere.». Anche gli scioperi sempre più frequenti spingevano i Monterosato ad allontanarsi dalla loro città o se erano in viaggio a rimandarne il ritorno.

Trovo una lettera del 3 luglio 1909 di un uomo di fiducia del Marchese che gli comunica da Palermo: «Qui siamo in sciopero generale, non circolano tram ed omnibus, solamente qualche carrozzella. In via Roma i scioperanti fecero le barricate per evitare la carica della cavalleria. Vi sono stati conflitti con la forza ed oggi corre voce che vi siano morti e feriti. La causa dello sciopero è pel Compartimento marittimo. Vedremo come finirà.». Per i Monterosato finirà che si terranno ben lontani… Come tanti palermitani che ne avevano la possibilità, anche i Monterosato d'estate lasciano Palermo per sfuggire al suo caldo torrido; le mete preferite sono Viareggio e Vallombrosa. Da Viareggio scrive la Marchesa (1904): «Per noi posso confermarle un benessere completo. Facciamo una gran vita di michelaccio senza obblighi e seccature di sorta. Totò trova da occuparsi di conchiglie e tanto basta. Io, cosa strana, in questa spiaggia vi sto a meraviglia. Questo mare mi piace molto. Lo abbiamo avuto in tempesta e fu bellissimo.».

A Vallombrosa i Monterosato si incontrano anche con la numerosa e allegra comitiva di palermitani e trascorrono la villeggiatura tra escursioni e passeggiate. Palermo però, rimane sempre il punto di riferimento; da S.Ellero (Firenze) nel 1911, in occasione della festa di S: Rosalia (la patrona amatissima della città), Laura scrive: «Noi tutti della colonia di siciliani oggi come giorno di Festino ci siamo riuniti e in onore di S. Rosalia abbiamo fatto celebrare una Messa.». A Venezia nel 1919, dice Laura che «l'aria della Serenissima aveva giovato moltissimo al morale della Zia Monterosato, Ugo (il figlio) che era andato due giorni in gita a Venezia, mi scrisse che sono addirittura in luna di miele.».

Lo scandalo Trigona

La "colonia dei siciliani" che anche da lontano seguiva gli avvenimenti palermitani, viene raggiunta il 2 marzo del 1911 da una grave e luttuosa notizia: l'omicidio della contessa Trigona. L'emozione è grande tra i villeggianti di S.Ellero legati tra loro da amicizie e parentele. Giulia Tasca, sposata al conte Romualdo Trigona di Sant'Elia viene uccisa il 2 marzo dal suo amante, il tenente di cavalleria barone Vincenzo Paternò. Giulia, dama di corte della Regina Elena, aveva allora 29 anni ed era madre di due figli; una sua sorella, Beatrice, era sposa di Tomasi di Lampedusa. L'omicidio avviene in una stanza dell'hotel Ribecchino di Roma dove la contessa, che aveva deciso di troncare una relazione divenuta ormai di dominio pubblico, acconsentì a recarsi per un ultimo appuntamento. Dopo averla pugnalata a morte, Vincenzo Paternò tentò il suicidio sparandosi un colpo di pistola. Laura scrive a Casimiro: «Dimmi se a Palermo si parla molto di quell'orrendo romanzo che se ne pubblica ogni settimana una dispensa. Qui un giornalista ha scritto e pubblicato una poesia: "Don Giovanni in galera". Ignobile per l'assassino, compassionevole per la defunta. Si parla sempre molto dell'orribile tragedia e si dice che il processo sarà scandalosissimo; quante cose finora ignote verranno a galla!». Casimiro, come tutti gli amici più vicini alla contessa, era molto addolorato e così risponde ad una lettera della sorella Carolina: «le espressioni che tu usi per la povera contessa mi commuovono ancora rileggendole. Povera amica mia». Il processo si aprì a Roma il 17 maggio dello stesso anno presso la Corte d'Assise e il barone Paternò fu condannato all'ergastolo. Nel 1942, a 62 anni, ricevette la grazia.

Gli automobili

Tra tutte, la città più amata dai Monterosato doveva essere Parigi; vi trascorrevano parecchi mesi l'anno e il Marchese se ne mostra sempre incantato. Scrive nel 1905 al nipote: «Ritorneremo a Parigi in autunno perché ti dico che noi siamo partiti con tanto dispiacere. Mai ci è parsa cosi brillante e divertente. Io poi ho fatto molto per la scienza e mi sono divertito un mondo. Il nostro Hotel con le nostre finestre sulla Rue de la Paix sono state una delle nostre distrazioni.». Al contrario della Marchesa, che trovava disastrose non solo le ferrovie italiane ma anche le automobili, Monterosato ne era entusiasta, e volendone acquistare una si fece consigliare da un nipote. Siamo nel 1913 e Ugo, il nipote che vive a Torino cosi gli scrive:
«Carissimo Marchese, ho visitato la centrale della 'Fiat' che mi deve inviare un preventivo ben equilibrato, credo, per domani. Ed oggi sono stato alla 'Lancia'. Questa ha il tipo unico 20 - 30 cavalli, quindi più forte e più di lusso. E questo tipo è pronto e costa un po' di più, circa 18 mila.

Ora io ti dirò una cosa. Temo forte di non riuscire ad accontentarvi perché vorrei che voi acquistaste una macchina che vi servisse realmente. Di fuori sono tutte belle, ma un motore troppo leggero ed inferiore a 15 cavalli non può sopportare senza sforzo una carrozzeria chiusa, abbastanza grande perché sia comoda, e quindi pesante. E lo sforzo si palesa poi in pannes continue, in guasti di motore, in consumi enormi e straordinari di gomme e di benzina. Tutto questo chi vende un'automobile non lo dice e cerca di accontentare il cliente sul prezzo dandogli un tipo di chassis con motore molto leggero e quindi di poco prezzo, senza preoccuparsi di ciò che verrà poi. Io che per forza di cose (è il mio mestiere) ci sono un po' dentro non baderei troppo a due o tre mila lire di più perché so che ciò che risparmierei subito lo spenderei a più doppio in seguito, mettendo anche a pericolo la mia sicurezza personale. E sono convinto che per una vettura di riuscita ci vogliono dalle 17 alle 18 mila. Se si guarda all'aspetto e alle chiacchiere di chi vende, io ti potrei fare avere una 'Ford' a L 7500 soltanto che di fuori è uguale alla 'Fiat' che abbiamo provato a Firenze. Ripeto di fuori identica e completa. Ma e la propria vita che si mette in pericolo? E le spese che vengono poi?».

Penso che il Marchese abbia comprato una macchina perché leggo di una gita in automobile verso un lago della Brianza con relativa raccolta di conchiglie, e perché a Parigi lo avevano attratto moltissimo le auto elettriche. Ecco come ne scrive al nipote in una lettera del 1910: «Il servizio delle automobili è perfetto e mi diverte assai. I cavalli e le carrozze paiono alla loro fine. La cosa più caratteristica è la corsa che si fa ai Champs Elysées, dai due lati passano le carrozze divise in due sensi, nel centro gli automobili (sic) pure divisi in due sensi. Verso sera, alle 7, vi è un via vai incredibile. Tutti gli automobili portano i fanali accesi e vanno di gran furia che paiono tanti diavoli. Non possono andare lentamente perché uno insegue l'altro ma guai se si ferma. Arrivati alla Place de la Concorde debbono, per misura della polizia, fare un gran giro attorno all'obelisco e la fontana per non incontrarsi con quei che vengono dalla Rue Royale Ma la passeggiata ai Champs Elysées… è finita… è un'altra vita… Parigi ha fretta…

Ma sono contento e ci siamo divertiti, abbiamo passato 25 giorni senza aprire il parapioggia. Tanti pranzi, the, compere di oggetti, acquisti di conchiglie; la cosa che mi divertiva di più era l'automobile; la corsa è relativamente a buon prezzo per un'ora si spendono da 6 a 7 franchi. Io avrei voluto acquistarne una, ma amici provetti in questa materia me lo hanno sconsigliato». Entusiasta delle automobili sarebbe stato, anni dopo, il pronipote Domenico Ryolo, Tra i primi a Milazzo, a possederne una. Scrive il Marchese a Casimiro il 20 giugno 1917: «Abbiamo ricevuto con piacere il nipotino, automobilista in erba, ma che diventerà abilissimo, perché di buon intenzione a riuscire.». Domenico purtroppo nel 1934 a seguito di un pauroso incidente automobilistico (da passeggero) subirà l'amputazione delle dita della mano sinistra. Menomazione affrontata coraggiosamente, e che non gli impedirà di svolgere al meglio la sua attività di ingegnere e archeologo, privandolo però del piacere di suonare il pianoforte per il quale era particolarmente dotato.

Flora

La cagnetta Flora fu per tanti anni compagna amatissima dei Monterosato, inseparabile anche nei viaggi. Per recarsi a Napoli i Monterosato si servivano spesso del piroscafo e a volte la navigazione era difficile, come nel luglio del 1914 quando andando a Napoli ebbero una burrascosa traversata; dall'Hotel Vesuvio, dove tentava di riprendersi un po', la Marchesa scrive a Laura: «anche Flora ha sofferto tanto il mal di mare. Povera bestiola». Una volta, trovandosi a Roma, era loro intenzione andare all'Hotel Regina, ma dovettero rinunziarvi perché in quell'Hotel rifiutarono di accogliere Flora. Ma il 20 agosto del 23 Laura scrive al cugino: «dopo lunga e penosa malattia di vecchiaia la canuzza Flora cessò di vivere. Lascio alla tua immaginazione quel che successe in via Ugdulena; pianti e disperazione; tuo Zio è proprio affranto dal dolore». Tanti anni dopo, nella casa di campagna della nonna Carolina c'era una graziosa cagnetta. Anche lei si chiamava Flora.

I nipoti Ryolo

La corrispondenza tra i Monterosato e i nipoti Casimiro e Carolina è frequente e affettuosa, e quando i figli di Carolina, divenuti giovanotti, si recano a Palermo, non mancano mai di andare a trovare gli zii Teresa e Tommaso. Scrive Carolina alla cugina Laura nel 1912: «I miei figli, per la grazia di Dio, tutti mostrano di avere dei buoni sentimenti, speriamo che la buona educazione rinsaldi questi innati sentimenti e li faccia riuscire quali li vuole Dio, la famiglia e la patria; buoni e virtuosi.». A Palermo Casimiro e Laura accolgono sempre con affetto i nipoti e li presentano in società. Carolina non dimentica di raccomandare al fratello: «Lily (Rosalia) sarà certo uscita stamani dal Sacro Cuore, e mi figuro la sua gioia. Avrei piacere che in questi giorni che sta fuori, la portassi a far visita ai Monterosato.

Carolina è contenta che le sue figlie frequentino la cugina e casa Monterosato perché così «imparano a sapersi presentare e a chiacchierare con una certa disinvoltura.». Dopo la guerra i ragazzi riprendono gli studi universitari. Domenico (1895-1988), nuovo Barone di Bordonaro, dedicherà, come lo zio Monterosato, la sua vita allo studio e alla ricerca. Si laurea in Ingegneria Edile al Politecnico di Milano, ma la sua passione sarà l'archeologia. Numerose le sue scoperte nella provincia di Messina, tra queste una necropoli a incinerazione nel territorio di Milazzo e i monumenti preistorici, paleocristiani e arabi. Insieme al prof. Bernabò Brea trova la precisa ubicazione dell'antichissima città di Longane. Collabora al restauro del palazzo, oggi sede del Museo Archeologico di Lipari e della cosiddetta Basilica di Tindari, nonché dirige la costruzione dell'Antiquarium della stessa Tindari. Nel 1954 sposa a Napoli Donna Vittoria dei Marchesi Sersale. Come Ispettore Onorario per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Messina svolge dal 1941 una competente opera di tutela. È autore di diverse pubblicazioni che vanno dalla Geologia all'Archeologia, alla Numismatica, alla Storia dell'Architettura. Nel 2002 la città di Milazzo gli dedica un Antiquarium.

Gli ultimi anni del Marchese

Si pensa che negli ultimi anni il Marchese debba aver avuto delle difficoltà economiche, difficoltà che lo avrebbero spinto alla vendita della sua collezione. È una ipotesi che dalla lettura dei documenti in mio possesso trova più smentite che conferme. Altri saranno stati i motivi; come spesso accade alle persone anziane qualche transitoria difficoltà può essere avvertita come un problema più serio del dovuto. Sicuramente i frequenti viaggi con i lunghi soggiorni all'estero, le tasse. il personale di servizio e "l'equipaggio" dovevano aver pesato non poco sul suo bilancio, ma Monterosato aveva potuto contare sulla cospicua eredità dei genitori alla quale successivamente si era aggiunta quella degli eredi della zia Giovanna D'Ondes, stante la condizione da lei posta che se alcuno dei suoi eredi istituiti fosse morto senza prole, la sua porzione avrebbe accresciuto la quota dei superstiti, e così finchè fosse sopravvissuto anche uno solo. "Sicchè", come leggo in un documento del 1902, morta la madre di Tommaso, già erede della sorella e i cugini senza prole, «in testa del superstite Marchese di Monterosato si è consolidata l'intera eredità della signora D'Ondes giusta la legge dell'anzidetto testamento».

Sembra preoccupato Tommaso quando nel 1921 così scrive al nipote: «le enormi tasse mi hanno sconvolto ed impoverito, spero che altri bisogni non mi mettano in imbarazzo. A Palermo vi è poi gente arricchita e i ricevimenti nelle case e negli alberghi fervono»; e ancora nel 1922: «Noi non facciamo progetti per il viaggio d'estate, che sarebbe un riposo a tanti grattacapi. I viaggi sono incommodi e pericolosi e costano troppo. È miglior partito rinunziarvi, mettere la tenda nella terrazza e godersi il caldo, che del resto si trova dappertutto. Il freddo in questo inverno è stato assai forte e insopportabile però la salute ci ha accompagnati». Ma nel 1924, come racconta Laura in una lettera al cugino Casimiro, i Monterosato sono di nuovo in viaggio: Napoli, Fiuggi, Perugia, e nel '25, anno in cui la sua corrispondenza si interrompe, Laura dà notizie della buona salute degli zii e di un loro viaggio in programma; anche l'umore era buono e lo zio sembrava non aver perso il gusto per le battute e i battibecchi con la moglie.

È così che mi piace immaginarlo, anziché intristito e quasi prigioniero in un palazzo, che sarà stato anche splendido, ma che un giorno, si era in tempo di guerra, e per il freddo e la compagnia meno assidua, aveva addirittura chiamato "spelonca", andando a rifugiarsi nell'amato Hotel des Palmes. E poi c'era sempre Teresa, per lei «la famiglia è uno dei più grandi benefici che la Provvidenza ci accorda, questi affetti leniscono grandi dolori1 e quando per fortuna non se ne hanno a deplorare riescono un vero conforto colmando i vuoti che possiamo avere.». L'ultimo testamento del Marchese (1926) cosi inizia: «Io Tommaso Di Maria Alleri e Natale marchese di Monterosato incomincio il mio testamento col ringraziare Dio di avermi concesso lunga vita in buona salute e senza imbarazzi finanziari. Con riconoscenza verso la mia consorte Teresa Ferrara, per la sua compagnia, assistenza e compatimento.

[…] Desidero infine essere seppellito senza nessuna pompa né fiori ed il più segretamente possibile nel Cimitero di S.Maria di Gesù nello stesso avello che racchiude le ceneri della Santa Memoria di mia Madre in vicinanza di essa o nel caso mi trovi lontano da Palermo nel cimitero il più vicino al luogo della mia morte.». Tommaso Di Maria morì il primo marzo del 1927. Ricordava il marchese De Gregorio: «Venne meno improvvisamente e fu straziante il dolore della sua affettuosa consorte a tale improvvisa sciagura». Iniziando questo mio viaggio virtuale, pensavo di doverlo compiere da sola e senza guida, ma non è stato del tutto cosi. Per vie misteriose si è riannodato un sottile filo che continuerà ancora a legarci tutti. Un grazie affettuoso alla "cugina Laura".

Sono qui presentate alcune fotografie di Tommaso e dei suoi familiari e amici. Tutti questi 18 documenti fanno parte dell'archivio privato di Laura Ryolo, ad eccezione di due immagini:

  • "la coppia Monterosato con la coppia Piccinelli e altri" fa parte dell'archivio privato Piccinelli di Bergamo.
  • "Teresa e Tommaso" è stata a suo tempo venduta dal signor *** al Museo Civico di Storia Naturale "Giacomo Doria" di Genova.

Ringrazio Andrea Soderi che mi ha permesso, grazie alle Sue pazienti ricerche, di poter qui riprodurre ambedue queste immagini, ed egualmente la famiglia Piccinelli e il Dr. Roberto Poggi, Direttore del Museo di Genova.


 

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